La battaglia del poeta è anche la
richiesta di un’altra visione del fare pianificazione e programmazione,
puntando sulla sussidiarietà orizzontale e sulla capacità di intrecciare storie
capaci di riscrivere la mappa del territorio in termini di geografia delle
emozioni e delle esperienze, fino a dare consistenza a nuovi nodi di senso,
proteggendo tutti i luoghi e prospettando nuovi intrecci di urbanità.

Pasquale Persico


APPUNTI PER CHI SI OCCUPA DI SVILUPPO LOCALE

1.
Vivere nel luogo in cui sei nato, nella casa in
cui sei nato, è una cosa rischiosa. È come giocare in fondo al pozzo. Si nasce
per uscire, per vagare nel mondo. Il paese ti porta alla ripetizione. In paese
è facile essere infelici. I progetti di sviluppo locale devono tenere conto di
questo fatto: non li possono fare da soli i rimanenti, perché in paese non c’è progetto, c’è ripetizione. In un certo senso
il paese ti mette nello schema dell’oltranza e non in quello della brevità. È
difficile essere concisi. È difficile essere innovatori. In genere ognuno fa
quello che ha sempre fatto, giusto o sbagliato che sia. Se nella pasta ci
vogliono due uova piuttosto che una, comunque tutti continueranno a usarne due.
E chi beve non troverà nessun incentivo a smettere. E chi si guasta lo stomaco
mangiando troppo continuerà a mangiare troppo. Ci sono due abitanti tipici, il
ripetente e lo scoraggiatore militante. Spesso le due figure sono congiunte,
nel senso che lo scoraggiatore è per mestiere abitudinario, non cambia passo,
continua a scoraggiare, è appunto un militante. Più difficile essere militanti
della gratitudine, della letizia. È come se la natura umana in paese fosse più
contratta, non riuscisse a diluirsi. E si rimane dentro un utero marcito. Il
paese è pericoloso, bisogna saperlo, è un toro con molte corna. Allora se da
una parte la città è disumana, il paese è troppo umano, non ti libera mai
dall’umano e dunque dal senso della morte e dal senso della ripetizione. Alla
fine nel suo senso più profondo la vita è quella cosa che può finire in
qualsiasi momento, ma che intanto prosegue più o meno allo stesso modo. E
questo in paese è più chiaro. In città è come se agisse un principio diversivo,
come se ci fossero altre possibilità. In realtà non ci sono, ma è come se
avessi l’illusione che ci siano.
Fatte queste premesse, come si fa a fare progetti
di sviluppo locale? La chiave è dare forza a nuove forme di residenza. Il paese
deve essere scelto e non subito. Chi arriva da lontano ha un piglio, una
disponibilità che non trovi in chi è affossato nel suo paese. Il residente a
oltranza anche quando è animato da buona volontà tende a impigliarsi nelle
proprie nevrosi. Il paese tende a essere nevrotico. Il paese non sta bene,
questo è il punto. E non ha voglia di curarsi. Lo sviluppo locale si può fare
partendo da queste premesse. Alllora bisogna aprire porte che non ci sono,
bisogna esercitarsi nell’impensato, bisogna essere rivoluzionari se si vuole
riformare anche pochissimo. I paesi non moriranno, anche grazie ai loro
difetti, grazie al loro essere luoghi che tutelano le malattie di chi li abita.
In paese si fallisce, ma in un certo senso non si fallisce mai perché si
fallisce a oltranza. È come dormire sempre nelle stesse lenzuola. Bisogna
arieggiare il paese portando gente nuova, il paese deve essere un continuo
impasto di intimità e distanza, di nativi e di residenti provvisori. Questo
produce una dinamica emotiva ed anche economica. E la dinamica è sempre
contrario allo spopolamento: bisogna agitare le acque, ci vuole una comunità
ruscello e non una comunità pozzanghera.
Bisognava aprire emotivamente i paesi, dilatare la
loro anima e invece la modernità incivile degli ultimi decenni li ha aperti
solo dal punto di vista urbanistico, si sono sparpagliati nel paesaggio, a
imitazione della città, ma è rimasta la contrazione emotiva. Il paese va aperto
tenendolo raccolto. Lo sviluppo locale si fa ridando al paese una sua forma,
ricomponendolo, rimettendolo nel suo centro, ma nello stesso tempo c’è bisogno
di apertura. Lo sviluppo lo può fare chi lo attraversa il paese con affetto,
non chi ci vive dentro come se fosse una cisti, un’aderenza, un cancro.
Il mondo ha bisogno di paesi, ma non come luoghi
obbligati, come prigioni per ergastolani condannati a vivere sempre nello
stesso luogo. Il paese deve essere organizzato come se fosse un premio, non
come una condanna. Lo sviluppo locale si fa pensando a un luogo dove si premia
un’esistenza, si dà una possibile intensità, quella che viene dall’essere in
pochi, quella che viene dall’avere tanto paesaggio a disposizione. Allora non
si dà sviluppo locale facendo ragionamenti quantitativi, mettendo il pensiero
economico metropolitiano nell’imbuto del paese. Ci vuole un pensiero costruito
sul posto, ma non solamente dagli abitanti del posto. Il segreto è l’intreccio
e deve essere un intreccio reale, non il prodotto di un’assemblea, di un
incontro estemporaneo. Chi vuole salvare i paesi deve entrarci dentro e in un
certo senso deve buttare fuori chi ci vive dentro. Si deve realizzare uno
scambio continuo, qualcosa di simile al meccanismo del sangue venoso e di
quello arterioso. Lo sviluppo locale deve imitare la circolazione del sangue.
In un certo senso si tratta di mettere mano agli organi interni. Spesso i paesi
più belli sono quelli vuoti, come se fossero uccelli svuotati dello loro
viscere. È come se la parte viscerale del paese fosse quella più malata, quella
più accanita a tutelare la sua malattia. Un’azione di sviluppo locale allora
deve essere delicata ma anche dura, deve togliere al paese i suoi alibi, i suoi
equilibri fossilizzati, deve cambiare i ruoli: magari le comparse possono
essere scelte come attori principali e gli attori principali devono essere
ridotti a comparse. E allora non si fa sviluppo locale senza conflitto. Se non
si arrabbia nessuno vuole dire che stiamo facendo calligrafia, vuol dire che
stiamo stuccando la realtà, non la stiamo trasformando.

2.
I progetti di sviluppo locale negli ultimi anni non
hanno dato grandi risultati. Ci sono fontane restaurate che sono di nuovo in
disuso. Ci sono piazze molto volte ripavimentate, ma mentre si posavano le
pietre, gli abitanti di queste piazze posavano la loro vita al cimitero. E i
ragazzi cercavano un Nord che non c’è più. Qui parlo di Sud, ma il tema dello
spopolamento non è il tema del Sud, è il tema delle montagne. E allora
ragionare di montagne vuole dire capire che spazio sono le montagne. Forse più
che dello sviluppo, le montagne hanno bisogno della gioia. Nei progetti di
sviluppo locale non si parla mai delle gioia. Lo sviluppo ha bisogno di schede,
è inteso come un risultato alla fine di un processo. La gioia è intesa come
qualcosa di intimo, di ineffabile. Forse è venuto un tempo in cui la gioia deve
essere immessa nello spazio sociale come elemento cruciale. Anche salutare un
vecchio è un progetto di sviluppo locale. Non ha senso lavorare a progetti in
cui tutto si risolve in una dimensione monetaria. Il denaro tende a scendere a
valle, non rimane sulle montagne. Lo sviluppo locale deve fecondare passioni.
Se ti regalo una mungitrice e tu pensi alle Mercedes più che alla mucca, non ho
risolto nulla. Se lavoriamo a un progetto per anni e non ci accorgiamo che un
forno sta per chiudere vuol dire che stiamo facendo retorica dello sviluppo,
vuole dire descrivere lo sviluppo senza darlo. È come accendere una candela in
una grotta molto grande: le candele descrivono la luce, non la danno. I governi
in questi anni sono stati profondamente disonesti con i paesi e le montagne.
Non si può tollerare che un caffè costa molto di più di un uovo fresco. E un
quintale di grano costa meno di un shampo dal parrucchiere.
Il fuoco centrale dello sviluppo locale non può che
essere la terra. È intollerabile che l’Italia importa un milione di vitelli.
Dobbiamo mangiare la nostra carne, mangiarne poca, ma buonissima. I paesi
devono produrre cibo di altissima qualità, i paesi vanno concepiti come
farmacie: aria buona, buon cibo, silenzio, luce. E poi il soffio del sacro.
Dove si è in pochi nessun cuore è acqua piovana. Ma bisogna immettere enzimi
dall’esterno. Bisogna portare nelle montagne i pionieri del nuovo umanesimo.
Più che mandare i soldi, bisogna trovare il modo di portare nei paesi e nelle
montagne le persone giuste. E far rimanere le persone giuste. Allora un
progetto di sviluppo locale ragiona di persone, non ragiona di progetti, i
progetti vengono dopo. È molto discutibile questa logica che prima si fanno i
progetti e poi si vede se c’è qualche persona che li può interpretare. A volte
si fanno sceneggiature staccate dalla realtà. Come se nel film si potessero
trovare delle scimmie al Polo Nord.
E poi c’è la questione del tempo. Un progetto di
sviluppo locale non si elabora e poi si realizza. Bisogna cominciare, magari
con un pezzo piccolissimo, e mentre si realizza qualcosa si continua a
elaborare il progetto. Mentre immaginiamo come razionalizzare la sanità,
intanto ripariamo le buche sulle strade.
Giustamente si dice che ci vogliono i servizi e ci
vuole il lavoro, altrimenti la gente va via. Ma il rischio sono sempre le
astrazioni. Ci sono servizi inutili e lavori che non servono a niente. Bisogna
partire da chi c’è in un certo luogo e da chi potrebbe arrivare. E allora ecco
che si ragiona su certi servizi e su certi lavori. Magari in un paese serve un
barbiere, non serve un centro di documentazione per lo sviluppo locale. Magari
in un paese serve un infermiere che va in giro per i vicoli, non serve un
progetto di telemedicina che serve a far girare carte che poi nessuno guarda.
Ecco che la visione poetica dello sviluppo locale
in realtà si rivela molto più concreta dei tecnicismi che ci hanno funestano
negli ultimi decenni. Olivetti faceva lavorare nella sua fabbrica artisti e
scrittori. E la sua fabbrica da un paese era diventata avanguardia mondiale.
Forse quando parliamo di sviluppo locale sarebbe opportuno ripassarsi la
lezione di Olivetti e la sua idea di comunità. Olivetti puntava sulle persone.
L’Italia interna ha bisogno di persone, deve trovare e incoraggiare le persone
che contengono avvenire. Capisco che ci vogliono strumenti, bisogna
ingegnerizzare bene le questioni per evitare che restino sulla carta, ma non si
può tollerare che mentre mettiamo a punto i nostri schemi le persone perdono
fiducia, vanno via.

FRANCO ARMINIO